Niccolò Argentieri è l’autore dell’ultimo saggio potteriano apparso in Italia in ordine di tempo. Ve ne ho parlato in questo articolo. Per ulteriori informazioni su di lui potete visitare questa pagina.

Ora, grazie a questa chiacchierata, possiamo conoscere meglio l’Opera e l’approccio del suo autore al mondo potteriano.

Come si è avvicinato alla saga di Harry Potter?
Ho cominciato a leggere il primo volume a mia figlia quando aveva sette anni (durante le vacanze di Natale del 2010) più che altro per curiosità e “dovere” di genitore. Non ho più smesso, senza quasi saltare un giorno, fino al settembre dell’anno successivo, quando Albus Severus è salito sul treno per Howgarts.

Ci descriva sommariamente il contenuto di questo suo lavoro e lo scopo a cui vorrebbe tendere
Direi che il libro non può essere caratterizzato propriamente come un lavoro su
Harry Potter, perlomeno non nel senso di un saggio di analisi letteraria o sociologica. Anche perché almeno metà del volume (la prima parte, oltretutto) è occupata dalla figura di Peter Pan. Il libro è, credo di poter dire, un libro di filosofia dedicato al problema del tempo. In questo senso, nel lavoro confluiscono spunti e riflessioni anche molto precedenti alla mia esperienza di lettura del romanzo di Rowling. Tra questi spunti deve essere certamente incluso uno spettacolo teatrale del 1996, scritto e messo in scena da Alessandro Fabrizi, dedicato alla figura di Peter Pan così come viene introdotta da Barrie nel racconto pubblicato con il titolo di Peter Pan nei Giardini di Kensington. Si tratta di un Peter Pan poco noto, più oscuro e inquietante rispetto a quello reso celebre dal cartone animato di Disney. Da questo punto di vista, l’accostamento tra il personaggio di Barrie e quello di Rowling porta a degli esiti molto diversi da quelli a cui è giunta Isabelle Canì nel suo recente lavoro. Dovendo allora riassumere brevemente il contenuto del libro, direi che si tratta di una riflessione sulla questione filosofica del tempo – tempo inteso come struttura fondamentale della nostra esistenza – che trova nelle storie prese in esame due perfette occasioni di analisi, perché le storie di Harry Potter e Peter Pan sono il teatro di scenari e vicende nei quali il tempo assume un ruolo di primo piano, due racconti che trovano nel tempo uno dei loro protagonisti fondamentali.

Quali sono state le difficoltà maggiori durante l’ideazione e/o la stesura?
L’ideazione è stata molto rapida, stimolata dalla lettura travolgente di
Harry Potter e da molte chiacchierate sui molteplici temi proposti dal romanzo con amici competenti. Per quanto riguarda la stesura, direi certamente che molte difficoltà sono venute dal desiderio che il libro potesse essere letto anche da persone che non conoscono l’opera di Rowling, perlomeno non bene. Mentre sono riuscito a dare un’idea abbastanza precisa di quel Peter Pan non molto noto, è stato ovviamente impossibile restituire la trama e la complessità di Harry Potter. Ho dovuto scegliere, selezionare aspetti della narrazione che fossero particolarmente significativi per il tema del libro, che, ripeto, è quello del tempo. Scegliere, nel romanzo di Rowling, è molto difficile. Spero di esserci riuscito.

Lei è il terzo docente italiano che scrive un saggio su Harry Potter. Ha un’idea del perché questo argomento attiri così tanti accademici proprio del suo settore?

Intanto una precisazione: non sono un accademico. Ho una collaborazione piuttosto regolare con la facoltà di
Filosofia di Roma Tor Vergata, perché è lì che svolgo attività di ricerca e scrittura. Però il mio lavoro principale è quello di insegnante in un bellissimo liceo del centro di Roma. Venendo alla sua domanda, credo di sapere quali sono i lavori a cui si riferisce. Mi sembrano due libri molto diversi, entrambi interessanti, ma differenti per intenzioni e realizzazione. Quindi non sono sicuro che esista un elemento comune alle tre opere. Certamente l’attrazione a cui lei fa riferimento dimostra il valore e la ricchezza tematica del romanzo di Rowling. Per quanto mi riguarda, Harry Potter ha funzionato come una scintilla che ha attivato un meccanismo che si era andato costituendo nel corso di molti anni, almeno venti direi. La lettura del libro ha reso possibile la realizzazione di un lavoro che, in un certo senso, era già stato concepito prima che il mondo iniziasse a leggere Harry Potter.

Sappiamo, dai racconti diretti dei ragazzi, che parecchi suoi colleghi che insegnano alle medie o alle superiori, indipendentemente dalla materia, ritengono Harry Potter una lettura infantile e scoraggiano gli allievi quando li trovano immersi in questi libri. Cosa pensa di un atteggiamento così miope e mortificante da parte di chi dovrebbe non solo incoraggiare i ragazzi alla lettura, ma soprattutto insegnare loro ad aprire la mente e trovare la strada per farlo proprio attraverso argomenti che li appassionano?

Non penso molto. Anche perché non conosco nessuno, tra quelli che hanno veramente letto il libro, che sostenga posizioni così misere da un punto di vista intellettuale e pedagogico. D’altra parte, il numero di lettori del romanzo dimostra che la strategia non si è rivelata molto efficace…


Molti fan di Harry Potter non vedono di buon occhio i cosiddetti ”libri-corollario”, perché vittime del pregiudizio che siano tentativi di capitalizzare un successo altrui. Da autore di un libro-corollario, cosa direbbe loro per fargli comprendere che la realtà è ben diversa? E quale opinione ne aveva Lei, se ne aveva una, prima di scrivere il suo?

Questo concetto di libro-corollario mi sembra un po’ incerto. Sarebbe come dire, e mi scuso per il paragone irriverente, che i saggi di Macchia su Proust o di De Benedetti su Joyce sono stati pensati come libri-corollario scritti per sfruttare il successo della
Ricerca o dell’Ulisse. I grandi libri, quali sono quelli di Barrie e di Rowling, hanno inevitabilmente degli effetti, stimolano interpretazioni, diventano classici.

Domanda d’obbligo: personaggio e libro potteriano preferiti e perché…

Per quanto riguarda i personaggi,
Hermione e Piton non hanno rivali, ai miei occhi ovviamente. Sono il cuore della narrazione, i custodi di un sapere che si rivela progressivamente decisivo. Non ho invece un libro preferito, perché sento molto la compattezza del romanzo, lo considero un’opera unitaria, un unico libro. Però il capitolo della clessidra Gira-Tempo, lo pseudo-duello che chiude la guerra e la reincarnazione di Voldemort nel cimitero sono brani straordinari. Accanto a molti altri, ovviamente.

Altre letture preferite del Fantastico?

Qui probabilmente la deluderò. Non considero
Harry Potter un libro di genere, dunque non lo sento come un esempio del genere fantastico. Il romanzo di Rowling è un racconto d’autore, quindi irriducibile a una classificazione di genere, proprio come avviene per il cinema. I film di Stanley Kubrick non sono film di guerra o di fantascienza. Il genere serve all’autore per ottenere altri scopi: la magia e il mondo di Howgarts forniscono all’autrice una cornice narrativa utile al perseguimento di altri obiettivi. Il genere è al servizio dell’autore, non viceversa. Comunque, tra le letture più recenti, ho trovato interessante la trilogia de La bussola d’oro e La storia infinita, che non avevo mai letto. Ma Harry Potter è un’altra cosa. Come Peter Pan, d’altra parte.