Qualche giorno fa mi è capitata sotto il mouse una discussione che ha portato alla ribalta, in me, considerazioni che ho già fatto in passato su altri forum e che voglio riepilogare in questa sede.

 

La questione riguarda la manìa di J.K. Rowling di esigere attori britannici per la pellicola, eccetto per i ruoli esteri come ad esempio quello di Viktor Krum Stanislav Ianevski, che è di nazionalità bulgara.

Ora, due sono le ragioni che possono stare dietro a questa ostinazione: la prima è la solita ‘snobberia’ britannica per cui, una volta tanto che possono puntare i piedi al cinema – che di solito è dominio americano, fra l’altro secondo me giustificatissimo, visto che di solito sono gli unici al mondo che sanno fare film, le eccezioni in altri Paesi si limitano a qualche manciata di titoli – non gli sembra vero di prendersi la rivincita sugli Stati Uniti. Ho riscontrato personalmente che c’è un’innegabile tendenza, in moltissimi sudditi di Sua Maestà, di considerare gli USA culturalmente inferiori, il che per me è retaggio di una mentalità colonialista che non si sono mai scrollati di dosso e l’ho sempre trovato un atteggiamento profondamente irritante. E da alcune dichiarazioni rilasciate in vari frangenti, la Rowling non fa eccezione. Peccato che – diciamocela tutta – senza i dollaroni di Warner non ci sarebbe stata nessuna ‘octalogia’ su grande schermo.

La ritengo una motivazione davvero infantile, ma almeno la capirei. Se non altro ha il merito di far lavorare in ambito internazionale gli attori del Regno Unito, favorendo l’industria locale. E se questa è sicuramente una posizione nazionalista, non si può comunque dire che non ci sia buona materia prima fra gli attori in questione. Mi immagino se la selezione avesse dovuto essere interamente italiana, ci si sarebbe dovuti mettere le mani nei capelli, visto che i nostri veri attori stanno dietro la telecamera, perché sono i nostri doppiatori. Quelli che ci stanno davanti sono uno strazio e come minimo avrebbero bisogno di un corso di dizione accelerato, visto che la metà parla in romanesco, un quarto con accento meridionale e un altro quarto con accento assortito. Ora, io non ho nulla contro gli accenti, nella vita normale; ma sullo schermo –  a meno che tu stia impersonando un borgataro in un film di Verdone, o stia girando Il Gattopardo, o un cinepanettone (per il quale, essendo già ontologicamente un obbrobrio, la dizione è l’ultimo dei suoi problemi) –  sono una pena (e poi ci vengono a parlare di sospensione dell’incredulità!).

 

Questo mi porta a introdurre la seconda ragione che viene addotta –  secondo a me a copertura della prima perché, in fondo in fondo, la Rowling si rende conto che la prima è infantile o quantomeno prettamente nazionalista – e che è quella ‘artistica’: essendo un film di ambientazione inglese, un attore americano suonerebbe sbagliato.

 

Il fatto è che la prima cosa che dovrebbe fare un attore professionista è appunto, come dicevo, seguire un corso di dizione alla velocità della luce. Inoltre, un attore professionista che sia davvero tale deve essere in grado, se la parte glielo richiede, di imitare un determinato accento.

Quando Vivien Leigh, attrice britannica (nata in India, vabbè, ma considerata inglese a tutti gli effetti: genitori britannici, educata in scuole di stampo britannico e poi tornata in madrepatria a 18 anni dove visse fino alla morte, per cui l’India fu solo un contorno coreografico), dovette recitare la parte di Rossella O’Hara, si immerse in apposite lezioni per impratichirsi con l’accento di una ragazza del Sud degli Stati Uniti. Questa è professionalità, questo è sapere come si fa l’attore! E sono sicura che un sacco di mostri sacri americani attuali non avrebbero avuto problemi a imitare un accento anglosassone qualsiasi. Magari con i bambini sarebbe stato più problematico, e allora in quel caso si sarebbe potuto optare per la scelta British, ma per gli adulti lo ritengo un incaponimento totalmente infondato. Anche perché, a parti invertite, se Margaret Mitchell avesse preteso per Via Col Vento di avere tutti attori del Sud, avremmo perso l’occasione di vedere la migliore Rossella O’Hara che avremmo mai potuto vedere al cinema, considerato che tutte le star USA dell’epoca erano state provinate e nessuna aveva saputo interpretare il personaggio come la Leigh.

 

Senza contare che comunque, anche nel cast di Harry Potter, eccezioni alla regola sono state fatte: ad esempio è stata inserita fra gli allievi la figlia di Chris Columbus, (e chissà come mai, in questo caso, la Rowling non ha fatto valere la ferra regola…), oppure sono stati utilizzati attori americani come Verne Troyer (Unci Unci) e Zoe Wanamaker (Madama Bumb). E senza contare, in aggiunta,  che comunque in molti Paesi i film vengono ridoppiati nella lingua locale, quindi tutta la cura su questa ‘accentata britannicità’ finisce con un bel giro di sciacquone.

 

Insomma, lo dico piatto: se ci atteniamo alla scusa artistica è una regola assolutamente cretina, per fortuna mai sentita in altri kolossal, altrimenti – facendo un altro esempio dopo quello della Leigh – Elizabeth Taylor, attrice inglese, non avrebbe mai potuto essere Cleopatra. Ma pensandoci bene, neanche un’attrice egiziana avrebbe potuto fare convincentemente Cleopatra secondo la regola rowlinghiana, perché chi cavolo sa, fra gli Egiziani moderni, che accento avesse l’Egiziano del I secolo a.C.?

 

Se invece si tratta della prima motivazione, una rivincita nazionalistica, allora niente da dire, è una scelta, anche se la trovo infantile. Tuttavia un autore ha il diritto di fare quel che gli pare, soprattutto se è stato abbastanza furbo da mantenere un tale grado di controllo sulla produzione e la conseguente implementazione dell’industria locale diventa un corollario addirittura lodevole.

Chiedo solo che non me la spacci per scelta artistica, lo ritengo un insulto alla mia intelligenza.