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La genetica ed Harry Potter: un binomio tutt'altro che nuovo.
Avevano iniziato ad Harvard nel 2004, anno cui risale la scoperta di un gene battezzato Harry Potter in onore del maghetto. In realtà il suo nome tecnico è GPR54 e regola un’area del cervello che secerne un ormone chiamato GnRH, il quale a sua volta stimola la ‘cascata riproduttiva’ che segnala alle ovaie e ai testicoli di rilasciare rispettivamente estrogeni e testosterone. Di conseguenza, la mancanza del gene Harry, impedisce di raggiungere la maturità sessuale, anche se non è il solo gene coinvolto nel processo. [...]

La ricerca era stata condotta dalla dottoressa Stephanie Seminara, esaminando e studiando i campioni sanguigni di una famiglia araba nella quale parecchi membri non avevano raggiunto la pubertà. In essi si è riscontrata appunto una mutazione del gene Harry quale responsabile dell’inibizione della maturazione sessuale. Il mutamento del medesimo gene è stato poi riscontrato anche in un altro soggetto afroamericano.
Parallelamente, la Paradigm Therapeuthics di Cambridge, una società che si occupa di biotecnologie, era giunta alle stesse conclusioni studiando topi da laboratorio. Ed è proprio questa società ad aver trovato un nome non-Babbano al gene in questione: è infatti sua tradizione battezzare col nome di orfanelli famosi i geni le cui funzioni sono sconosciute.
L'anno successivo era stata la volta dell'Australia: tre ricercatori, Jeffrey M. Craig, Renee Dow e MaryAnne Aitken inviarono una lettera alla rivista Nature, in cui suggerivano di ricorrere a Harry Potter per insegnare genetica agli studenti più giovani in maniera chiara e comprensibile.
Ricorrendo infatti alle distinzioni di sangue nel mondo magico (Babbani, Mezzo-Sangue, Purosangue etc), perfettamente familiari anche ai bambini, secondo i tre studiosi si potrebbe far comprendere in maniera molto lineare concetti mendeliani come i genotipi, la funzione degli alleli dominanti o recessivi e le penetranze incomplete di questi ultimi. Da qui a condurre i ragazzi verso le implicazioni riguardanti il DNA e i cromosomi il passo sarebbe un gioco...da ragazzi, appunto. E, secondo i tre ricercatori, con questo metodo sarebbe addirittura possibile raggiungere studenti dell'età di cinque anni.
Ora, nel 2012, è la volta dei Cinesi: l'università di Sun Yat-sen, nel Guangdong, ha fatto ricorso a Voldemort, Abertforth, Dobby e i Weasley per illustrare meglio l'influsso della genetica nelle interazioni sociali.
La relatrice di questo seminario e ammiratrice della saga, Chen Suquin, intende avvicinare i giovani a una materia spesso percepita come noiosa. Ella ha affermato che la genetica influenza grandemente il modo in cui una madre reagisce durante la gravidanza e alleva i propri figli. In Harry Potter si trovano facilmente questi 'case study' in Harry e Voldemort, entrambi riconducibili all'ascendenza dei Serpeverde e immersi nel medesimo ambiente magico. Cionostante essi presentano caratteri opposti e questo, secondo l'accademica, potrebbe essere relativo al fatto che Harry è stato circondato dall'amore di sua madre fin dalla gravidanza, mentre Voldemort probabilmente no.
Benché quanto sopra, livello di mera storia potteriana, si basi solo su presunzioni (la Rowling nulla ci dice dei sentimenti di Merope verso il bambino, sapiamo solo che il suo arrivo non è ragione sufficiente a darle la forza di continuare a vivere, una volta perso l'amore del marito), è fuor di dubbio, anche sulla base di altri studi, che il setimento che lega la madre e il bambino fin dal momento in cui questo si trova nel grembo materno abbia un impatto fondamentale sullo sviluppo del piccolo. Il mio dubbio però, pur da profana, è sul fatto che il seminario sembra spostare il focus da una corretta premessa fisica a una prettamente psicologica. Perché se può essere credibile un'influenza genetica sul grado di atteggiamento materno espresso da una donna, non mi sembra applicabile lo stesso parametro quando si tratta di sviluppo genetico del carattere del nascituro. La relazione madre-figlio, pur avendo premesse genetiche nella prima, alla fine investe solamente lo sviluppo affettivo nel secondo.
Ma a prescindere dalla fondatezza scientifica del seminario della Suquin, non vi è dubbio che si tratti di curiosità a tema potteriano che andava debitamente segnalata 
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