Fra l’indifferenza generale – tutti i media sono concentrati sulla notizia insulsa dell’apertura del Megastore newyorkese di Harry Potter – il 30 dicembre scorso la Rowling ha rilasciato alla BBC radio una dichiarazione bomba: ha descritto, per la prima volta in 23 anni, qual è il suo processo creativo.

Ha precisato di non averlo condiviso prima perché, data la sua particolarità, sembra un po’ una cosa da fuori di testa. In realtà chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la meditazione, si accorge subito che procedimento descritto non è altro che una sua forma e quindi non c’è nulla di bizzarro in essa.

La scrittrice ha spiegato quindi che la sua tecnica consiste nel immaginare un percorso attraverso molti alberi, che rappresentano i problemi della quotidianità. Il cammino termina presso un lago dove vive una creatura che lei non riesce mai a vedere e che le fornisce materiale. Questo materiale viene poi da lei sfrondato ed  elaborato in un capanno vicino al lago. Non ci vuole Sigmund Freud per sapere che tutti gli specchi d’acqua simboleggiano l’inconscio e la stessa Rowling, spiegando di essere consapevole che la creatura non è altro che la trasfigurazione della propria creatività interiore, conferma implicitamente quanto sopra.

La scrittrice ha spiegato inoltre che la creatura non le fornisce sempre questo materiale e, quando ciò accade, non bisogna ” disturbare l’acqua” (curiosa espressione che mi ha rammentato l’episodio del Signore degli Anelli quando Aragorn, di fronte alle miniere di Moria, raccomanda a Pipino la stessa cosa); semplicemente bisogna attendere quieti e, se non arriva nulla, andarsene senza lasciarsi prendere dal panico. Ma è proprio a quel punto che la creatura avverte la rinuncia e, con uno ‘splash’, si decide allora a consegnare il materiale tanto ambito.

La Rowling ha usato questo processo anche per lo spunto iniziale di Harry Potter? Quel famoso giorno di giugno del 1990, su quel famoso treno, la sua mente vagava già in questa fantasticheria? Purtroppo l’intervistatore non gliel’ha chiesto, ma poiché l’autrice ha detto di usarlo ormai da molti, molti, molti anni (lo ha detto proprio tre volte), è sicuro che l’abbia usato quantomeno per una parte dei romanzi successivi.

Non so voi, ma io penso che sia la metafora più bella che abbia mai letto per descrivere il processo creativo di uno scrittore. Forse, fra qualche mese, anziché parlare dell’ennesima invenzione del mantello dell’invisibilità (sono almeno 15 anni che lo leggo puntualmente) o del prossimo fidanzato di Emma Watson, anche i giornali si accorgeranno di questa perla e vorranno segnalarla ai lettori.
Dal mio piccolo cantuccio non mancherò di condividerla in tutte le prossime conferenze che terrò.