No, non si tratta di un minestrone fra due famosissime opere del fantastico, quella di J.K. Rowling e quella di Michael Ende.

Si tratta del ‘vizio’ della prima di continuare ad aggiustare il tiro sui suoi personaggi anche dopo che la saga si è conclusa. Un atteggiamento che, se comprensibile dal punto di vista dell’autore, perché i ripensamenti, le aggiunte e le correzioni sono una tentazione che scatta fin dal momento in cui si consegna il manoscritto al proprio editore, dovrebbero essere vissuti nella propria testa mentre non ha alcun senso fare periodici annunci pubblici.

Era già successo quando annunciò l’omosessualità di Silente ed è successo ancora qualche settimana fa con il ripensamento sulla coppia Hermione- Ron e, ancora, con l’immediata ulteriore precisazione, che ha il sapore della pezza a tutti i costi, secondo cui in ogni caso Harry ama Ginny.

Vorrei allora riproporre in questa sede le considerazioni che feci sulla rivista Delos all’indomani della pubblicazione dei Doni della Morte, quando la Rowling inaugurò con Silente il primo della serie di ritocchi ex post, e che ritengo tuttora valide:

 

“E’ inoltre discutibile il fatto che, una volta liberati i propri personaggi e consegnatili ai lettori, la scrittrice pretenda di continuare a esercitare, su queste creazioni, qualche forma di controllo rivelando aspetti della loro personalità tenuti sinora nel segreto del proprio cassetto: che senso ha, per esempio, annunciare ora che Albus Silente è omosessuale? La circostanza nulla toglie o aggiunge alla trama o alla sua figura rispetto alla trama. Silente fa ormai parte dell’immaginario collettivo attraverso ciò che la Rowling ci ha esplicitamente raccontato nelle sue pagine. Tutto il resto è pura speculazione, anche se proviene dalla persona che l’ha ideato, perché tutto il resto è avulso da quelle pagine che sono l’unico monumento al personaggio in grado di giungere anche ai posteri. E, d’altro canto anche il lettore ha diritto alla propria speculazione personale, senza suggerimenti esterni, perché quando il creatore consegna la sua creazione al pubblico affinché la condivida, ne perde l’esclusiva letteraria (cosa ben diversa da quella strettamente legale) e deve concedere a ciascuno di appropriarsi dei personaggi per poterli metabolizzare secondo i propri valori e secondo la propria esperienza. La scrittura è infatti un esercizio di solitudine finché ci si limita a fissare l’inchiostro sulla pagina; ma volerlo mantenere tale va contro ogni intento artistico, il quale necessariamente si nutre dell’interazione con gli altri, altrimenti si ripiega narcisisticamente su se stesso. Perché l’arte nasce dall’insopprimibile bisogno umano di esprimere la propria interiorità, ma incontra la sua compiutezza solo nel momento in cui la forma espressiva prescelta viene condivisa, in quanto solo così è in grado di arricchire e arricchirsi. E allora un dono così grande non può essere condizionato, e un personaggio letterario non può recitare la parte di una marionetta di cui il suo burattinaio si ostina a voler monopolizzare i fili anche a sipario calato.

La Rowling mostra invece di assimilare i due aspetti di monopolio letterario e monopolio legale, e questa concezione è ben riassunta nella seguente dichiarazione dell’autrice:

“Mi assicurerò che nessun estraneo scriva mai un libro di Harry Potter. Harry Potter è mio, sono l’unica che lo capisce”. Una tale pretesa è infatti pienamente giustificata dal punto di vista del diritto d’autore, ma si intravede, nella seconda frase, un attaccamento possessivo che va ben oltre quello della mera tutela normativa.

Questo atteggiamento potrebbe anche essere un’ennesima conseguenza del fatto che, come precisato in apertura, è difficile abbandonare un luogo che ha saputo regalare tanto, soprattutto a chi l’ha creato. E nello stesso solco paiono muoversi anche le dichiarazioni dell’ultimo periodo in merito alla volontà di scrivere quell’enciclopedia potteriana su cui la Rowling è stata titubante per anni. Addirittura, nel corso dell’ultimo book tour ottobrino la scrittrice ha alluso vagamente alla possibilità di un prequel: una scelta in precedenza sempre esclusa con decisione, anche per il fatto di non voler essere tacciata di voler confezionare un clone di Guerre Stellari, come lei stessa ha più volte avuto modo di sottolineare. La prospettiva viene invece accolta adesso, a saga conclusa, con un filosofico: “Non sto dicendo “mai” perché “mai” nella mai vita agisce come un drappo rosso di fronte a un toro e immediatamente mi viene voglia di fare ciò che ho detto che non avrei mai fatto”.

Da brava madre, insomma,
J.K. Rowling pare non voler lasciar volare fuori dal nido il suo illustre figliolo di carta…”.