Mi è capitato sott’occhio quest’articolo dell’Examiner, dove una giornalista parla dell’ennesimo delirio legislativo britannico, il Vetting and Barring Scheme, secondo cui qualunque persona che tenga lezioni nelle scuole (inclusi dunque gli scrittori per ragazzi come J.K. Rowling) dovrebbe registrarsi in apposito database, oltretutto dietro corresponsione di ben 64 sterline, inteso per proteggere i bambini dai pedofili. In soldoni, vale a dire che qualunque esterno vada a tenere una lezione in una scuola deve iscriversi, entro l”ottobre di quest”anno, a un elenco che implicitamente lo qualifica come potenziale pedofilo da schedare in via preventiva.


La faccenda, in un primo momento, non può lasciare che basiti. In un secondo momento, invece, si fa mente locale su tutti gli scempi legislativi e giurisprudenziali attuati negli ultimi anni in tutto il mondo e ci si ”basisce” un po’ meno, vedendo che il trend dell”insipienza legale non sta facendo altro che continuare a veleggiare sereno come ha sempre fatto. Certo, non rallegra, ma come dicevo, attenua lo stupore al punto di giungere a non meravigliarsi più di nulla…


Ma questa è solo la premessa all”argomento di cui intendo parlare, perché il VBS non ha comunque attinenza con gli argomenti che tratto in questa sede. Ciò che invece volevo esaminare è come l”antipatia – anche se magari giustificata – possa portare una giornalista, in questo caso la signora Laura Harrison McBride, a travisare i fatti in merito alle cause legali che hanno riguardato J.K. Rowling.

La scrittrice viene tirata in ballo nell”articolo dell’Examiner proprio perché sarebbe una delle prime ”vittime” dell’insana catalogazione di cui vi ho appena accennato. Ma il discorso si sposta poi sul fatto che la giornalista detesta cordialmente la Rowling per la sua decisione di fare causa a Steve Vander Ark al fine di bloccare la pubblicazione del Lexicon.

Fin qua tutto legittimo: uno ha il diritto di detestare chi vuole, e io per prima ho sempre detto che in quel frangente la Rowling ha fatto una cosa odiosa, né ho mai mancato di sottolineare altre odiosità della scrittrice, come quella nazionalista (perché altrimenti non può definirsi) di volere una cast interamente britannico per i suoi film, o di ”dimenticarsi” degli USA nel concorso che fu lanciato ai tempi dell”uscita del sesto libro (la Rowling ha spesso dimostrato, nelle sue esternazioni ”potterbritofile”, di essere antiamericana come lo è del resto il 90% dei Britannici – si vede che la faccenda del 4 luglio brucia ancora a tutti quanti gli isolani  Peccato poi che ”pecunia non olet” e allora gli Americani vengan buoni quando c”è da cacciare i soldi per produrre i film di Harry Potter, operazione che nessuna casa britannica avrebbe potuto effettuare ).


Quello che però non trovo legittimo, specialmente per un giornalista professionista che deve considerare anzitutto i fatti, è leggere tutto ciò che riguarda la Rowling attraverso la lente della propria antipatia.
Il che include anzitutto leggere la sentenza Lexicon come il prodotto di uno “stupido sciocco di giudice”, specialmente quando non si ha titolo per valutare una sentenza. E la sentenza Lexicon è tutt’altro che sciocca. E’ invece molto bilanciata e tiene conto di tutti gli aspetti in gioco. Dichiarare, come fa la McBride, che la vecchia versione del Lexicon non viola il diritto d”autore, significa ignorare completamente questa disciplina. Che poi nel merito ci fossero molte altre discriminanti di cui tenere conto e di cui la Rowling non ha tenuto conto (e avrebbe dovuto) nessuno lo nega, ma è un altro paio di maniche e comunque ne ha tenuto conto il giudice tanto vituperato dalla giornalista.


La Mc Bride prosegue poi tirando in ballo la causa con Nancy Stouffer – quell”autrice americana che per prima accusò la Rowling di plagio – al solo fine di dimostrare che anche la Rowling ha subito le accuse che ha poi lanciato a Vander Ark, in una sorta di biblica giustificazione modello “chi è senza peccato…”. Solo che qui non siamo ai tempi dell”ordalia e quello che la McBride sottace – non so se per malizia o per disinformazione, ma in entrambi i casi offrendo un pessimo esempio di giornalismo – è che nel corso del processo Stouffer è emerso che le somiglianze non esistevano, e per quanto riguarda il nome del protagonista, Larry Potter, è stato ampiamente provato che esso venne artefatto dalla Stouffer successivamente alla pubblicazione della Pietra Filosofale. E’ tutto negli atti del processo, la signora McBride poteva anche guardarseli prima di scrivere sciocchezze.

Non solo: la giornalista va, in chiusura, a toccare la questione della freschissima accusa di plagio ricolta alla Rowling da parte degli eredi dell”autore di Willy the Wizard. E la McBride condanna già aprioristicamente la Rowling sulla mera base del fatto che entrambi gli autori hanno condiviso lo stesso agente. La circostanza che nessun agente serio si sarebbe mai prestato all”operazione di dare da copiare un manoscritto di un autore a un altro, perché perderebbe tutto e non solo la reputazione, non pare neppure sfiorarla. Né la sfiora il raffronto fra Harry Potter e gli estratti di Willy Wizard leggibili on line. Personalmente quel raffronto l’ho fatto, e non ho visto nulla che potesse dare adito a una causa di plagio, come sono sicura che il processo dimostrerà.


Infine, la McBride sembra ignorare che gli autori famosi sono spesso vittime di accuse di plagio infondate, e non è difficile capire il perché: autori sconosciuti sperano di trarre denaro, o se va male anche solo pubblicità, dalla risonanza mediatica del caso.
E’ la stessa cosa che successa mesi fa a Stephenie Meyer (anche qui, il raffronto mostra tutta la ridicolaggine delle pretese e infatti il giudice ha respinto al mittente le accuse) e che sta succedendo di nuovo a J.K. Rowling in queste settimane con l”autore William Kelly e un libro intitolato Travels with Li Po.
E la signora McBride pare ignorare che se essere famosi può anche dare adito a comportamenti straordinariamente arroganti ed estremamente infelici, ciò non costituisce comunque una colpa giuridicamente sanzionabile.