Pagine: 265 ISBN: 9788861591509 Editore: Bruno Mondadori Anno: 2008   L’autrice Isabelle Cani è laureata in letteratura comparata all’Università François Rabelais di Tours, insegna in classi preparatorie scientifiche a Clermont-Ferrand ed è docente del corso in letteratura per ragazzi all’Universita Blaise Pascal di Clermont-Ferrand). Collaboratrice del CRLMC, il centro di ricerche sulle Letterature Moderne e Contemporanee dell’ Università Blaise Pascal di Clermont-Ferrand, è autrice di volumi saggistici quali Le Graal en question. Un mythe pour sortir de la modernité, Dervy, Parigi, 2005.   La recensione Avete mai provato lo sgradevole impulso, mentre leggete un libro, di voler contraddire l’autore a ogni passo? Beh, è quello che ho provato io leggendo Harry Potter o l’anti Peter Pan, e le ragioni sono molto semplici. Iniziamo dalla prima, e più fondamentale: la sua autrice, Isabelle Canì, parte da un personale assioma, che non si capisce come abbia potuto trarre, secondo cui la Rowling, mentre scriveva Harry Potter, sapeva perfettamente ciò che faceva. Anzitutto va osservato che non solo mancano dichiarazioni della Rowling in tal senso ma, piuttosto, tutte le sue affermazioni contraddicono tale assunto. La scrittrice britannica ha infatti sempre affermato che Harry Potter è stato un modo per evadere dalla sua asfittica quotidianità di allora e per conservare la sanità mentale. Certo, ha sempre detto che, nel tentativo di metterci quanto di meglio aveva, sperava che questo meglio sarebbe piaciuto anche agli altri, ma da qui ad avene la certezza ce ne corre. E ha sempre dichiarato, infine, di non essersi mai aspettata una tale risposta di pubblico nemmeno nei suoi sogni più folli. Del resto, qualsiasi scrittore e qualsiasi editore potrà confermare che la formula del bestseller non esiste o comunque non è pianificabile in astratto: si spera che un dato manoscritto abbia i numeri per diventare un bestseller, ma la risposta del pubblico è sempre un’incognita che non si è in grado di prevedere finché non si sperimenta sul campo. E anche nel caso di Harry Potter si è dovuto attendere che il passaparola facesse il suo corso. La Canì invece prosegue a testa bassa cercando di dimostrare tutta la furberia e il mestiere di una scrittrice all’epoca dilettante e, per farlo, non esita a individuare temi, metafore, ricorrenze e analogie, spesso forzate, che altrettanto forzatamente cerca di inquadrare in rigidi schemi. I risultati sono per la maggior parte stridenti agli occhi di qualsiasi fan della saga che abbia letto attentamente i libri e che sia un minimo documentato sui retroscena. E sono proprio i retroscena una delle mancanze del bagaglio della Canì che la fanno incorrere in affermazioni risibili. L’autrice ha letto senz’altro accuratamente i libri (benché scivoli a volte su punti cruciali: ad esempio, conta inizialmente in sei il numero totale degli Horcrux, salvo poi parlare più in là di otto frammenti di anima; o ancora, dichiara che Dudley è l’unico bambino babbano della saga, dimenticando clamorosamente sua madre Petunia), ma è evidente a ogni passo che non sappia nulla della loro gestazione, com’è altrettanto chiaro che abbia seguito poco ben le esternazioni di J.K Rowling — perfino quelle a disposizione sul suo sito — con l’eccezione di quelle più platealmente note perché riprese da grosse testate. Così, ad esempio, il fatto che il prof. di Incantesimi Filius Vitious sia descritto come molto basso indicherebbe, secondo la Canì, la volontà della Rowling di sminuirne l’importanza, mentre in realtà il professore di Incantesimi è basso semplicemente perché nelle sue vene scorre sangue di goblin. Pura genetica quindi e nessun intento metaforico (che fra l’altro non si capisce perché in questo caso dovrebbe esserci). Con tale corredo monco, le interpretazioni della saggista finiscono per essere una mera lettura personale dei romanzi, oltretutto ben poco convincente: spesso si ha infatti la sensazione di aver letto dei libri completamente diversi dai suoi. Non si spiega altrimenti il fatto che ella asserisca che si tratti di un’opera destinata all’infanzia (come si ostinano a pensare superficialmente coloro che non ne sanno nulla), o che percepisca la distinzione fra maghi e babbani come metafora di quella fra bambini e adulti (?); o che ella dichiari che Voldemort rappresenti la morte stessa, quando un minimo di dimestichezza con la psicanalisi, o anche solo la logica derivante dalla vicenda narrata dalla Rowling, permette di capire che il malvagio mago non è altro che l’espressione dell’Ombra di Harry, ossia della parte oscura che è in lui, così come in tutti noi, e che non è disposta a farsi sacrificare facilmente in nome della maturazione dell’individuo. Paradossalmente, la Canì non è però all’oscuro di questa ben più attendibile interpretazione, che anzi suggerisce verso la fine del volume parlando del tema del doppio e contraddicendo così la sua stessa analisi fornita qualche capitolo addietro. Questo difetto ricorre un po’ in tutto il saggio, poiché spesso l’autrice, dopo aver esternato un concetto e aver cercato di suffragarlo con un esempio testuale, afferma l’esatto opposto qualche pagina più avanti. Altrove, la Canì sembra non rendersi conto delle pieghe psicologiche dei personaggi, effettuandone una lettura estremamente superficiale: così bolla senza appello Sirius Black come un uomo dai tratti infantili, senza realizzare che un essere umano rinchiuso ad Azkaban nel fiore della giovinezza e privato di quelle normali esperienze che maturano la personalità ha un più che valido motivo per essere com’è e non può rappresentare nessun implicito intento di esaltare il ‘Peter-panismo’ tout-court; oppure scrive che Piton avrebbe semplicemente sostituito Harry a James come oggetto del suo odio, senza sottolineare che qualunque persona, al suo posto, odierebbe Harry non in quanto figlio di un antico nemico ma — differenza abissale — in quanto figlio del rivale in amore. In alcuni casi ci si trova dinanzi a conclusioni bislacche, come per esempio il fatto che nella saga di Harry Potter le donne siano meno abili, dal punto di vista magico, rispetto agli uomini. Che dire allora di un Neville Paciock pasticcione o di un Argus Gazza addirittura Magonò, contro un’Alice Paciock abilissima Auror, una Lily Potter straordinaria pozionista, una nonna Paciock in grado di schiantare, anche in età avanzata, uno dei migliori Auror del Ministero, una Minerva McGranitt, una Hermione Granger (“la strega più dotata della sua età” secondo le parole di Remus Lupin e Sirius Black), o addirittura di una Molly Weasley che — se spinta dalle giuste motivazioni — è persino in grado di convertire il suo abituale registro casalingo e di trasformarsi in una spietata antagonista in grado di uccidere una destrissima Mangiamorte quale sua cugina Bellatrix? La Canì non ci risparmia neppure banalità di psicanalisi spicciola, come le presunte simbologie falliche di bacchette magiche, manici di scopa, spade e serpenti: ciò per dare ulteriore dimostrazione che il mondo di J.K. Rowling è improntato al trionfo maschilismo, dimenticando che il cuore centrale della saga pulsa tutto attorno alla capacità di una madre di investire il figlio, grazie al suo amore, di una protezione magico-metafisica contro cui nemmeno il più potente mago può alcunché. Sempre in tema di psicanalisi, la saggista estrapola concetti da quella disciplina e li impianta pari pari nella saga senza rielaborarli con un minimo di grano salis, arrivando a conclusioni quantomai bizzarre: ad esempio, in Cho Chang Harry cercherebbe una versione di James Potter al femminile. Altre volte la Canì si ostina a leggere simbologie unicamente secondo la cifra psicanalitica, non realizzando che in determinati frangenti essa è fuorviante, perché si deve guardare ad altre chiavi. Così, nella saga, il cervo James Potter e il cane Sirius Black non sono tanto espressione degli aspetti istintuali — come asserisce la Canì e come giustamente insegna l’abituale interpretazione psicanalitica della fiaba — quanto un elemento da leggersi in senso ‘metafisico’, nella loro accezione di legame con una dimensione oltremondana, come dimostra in primo luogo la stessa trama e come suffragano del resto, rispettivamente, tutta la tradizione dei racconti ferici e tutta la mitologia nordica dei cani guardiani. Riportarli al mero dato psicanalitico significa allora perdere per strada tutta la ricchezza di significati che la Rowling ha saputo far convergere nella trovata degli Animagi. Allo stesso modo, riguardare l’attaccamento di Voldemort agli oggetti-horcurx unicamente secondo la prospettiva animistica dei bambini, significa perdere i sottili riferimenti ai legami psicologici fra la psicopatologia del criminale seriale e il simbolo dell’azione criminosa racchiuso nell’oggetto. Altrettanto dicasi nel relegare i Patronus a “superorsacchiotti di peluche dal potere rassicurante”, una lettura semplicistica che non tiene conto delle implicazioni né dell’animale totemico né di quelle, più metafisiche, dell’entità custode, sia che si voglia intenderla come parte superiore della propria essenza o più tradizionalmente come ‘angelo’ o immagine equivalente. Ancora, la Canì si lancia spesso in excursus fuori tema, magari anche interessanti, ma in quanto non attinenti direttamente al titolo del libro, essi finiscono per sembrare un autocompiacente sfoggio di cultura, come ad esempio l’analisi del rapporto fra la serie tv Vita da strega e la società americana dell’epoca. Altre volte i suoi paralleli extra saga con altri classici dell’infanzia lasciano addirittura allibiti: resta inspiegabile come si possa affermare, per esempio, che in Senza Famiglia venga sempre celebrata la spensieratezza, quando Hector Malot ci presenta, attraverso gli occhi di un ragazzino, una Francia ottocentesca dove domina la povertà, la tratta dei bambini, il pesantissimo e pericolosissimo lavoro nelle miniere di carbone e un sistema giudiziario retrogrado che contempla ad esempio la prigione per debiti. Allo stesso modo, secondo la Canì, lo Zio dell’Alpe e Vitalis, rispettivamente il nonno di Heidi e il padrone di Rémi, sarebbero due figure “spiritose e maliziose”, laddove si tratta in realtà di personaggi dolorosamente piegati dalle traversie della vita: il primo, infatti, è diventato un vecchio misantropo dopo aver perso l’unico figlio ed essersi scontrato con la comunità bigotta che gli rinfaccia il suo passato intemperante di gioventù. Il secondo è un famoso ex cantante d’opera costretto a diventare guitto a causa della perdita della voce, e se ne può comprendere istintivamente tutta l’amarezza perfino se non si conosce nulla della trama di Senza Famiglia. Pur amando profondamente i bambini loro affidati, sono dunque tutt’altro che personaggi “leggeri”, in grado di gigioneggiare come fa a volte Silente, al quale vengono accostati e al quale possono somigliare unicamente, e in nient’altro, per il ruolo di mentori. In una di queste puntate in territorio extra potterico la Canì costruisce poi uno dei suoi piatti forti che purtroppo, ancora una volta, risultano fare acqua. L’autrice è infatti convinta che la Rowling abbia attinto a piene mani dalla serie di Anthony Horowitz Villa Ghiacciaossa, uscita nel 1983. Lì si parla infatti di una scuola di magia, di professori che sono lupi mannari e di altre numerose analogie con la vicenda di Harry Potter. Addirittura, la Canì gioca a fare Sigmund Freud spingendosi al punto di scrivere che la storia della visione di Harry avuta dalla Rowling sul treno sia, oltre che frutto pianificato di marketing, probabilmente un ‘ricordo di copertura’ (in psicanalisi, ricordi di episodi insignificanti dell’infanzia che nascondono episodi più significativi, ma ”rimossi”) attraverso il quale la scrittrice britannica tradisce la propria conoscenza dei volumi di Horowitz, dove l’incontro fra i bambini protagonisti avviene appunto in treno. La dose viene rincarata aggiungendo che probabilmente la Rowling ha addirittura mutuato da Horowitz l’idea dell’incontro in treno anche per il suo terzetto protagonista. La Canì dimentica però, o forse ignora del tutto, che le scuole di magia vengono da ben più lontano (pensiamo solo alla saga di Earthsea di Ursula LeGuin, pubblicata fra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70) e che altre serie, sempre vertenti su apprendisti streghe, fanno la comparsa ben prima di Horowitz, come ad esempio i volumi di Jill Murphy, anch’essi densissimi di analogie con la saga di Harry e pubblicati a partire dalla metà degli anni ’70. La teoria ‘rivoluzionaria’ della Canì crolla allora come un fragile castello di carte di fronte a un lettore un minimo documentato. Ancora, la Canì si lancia in affermazioni quantomeno ardite: secondo lei “l’Occidente inventa il genere fantastico nel XIX secolo”. Un’affermazione che qualsiasi lettore di fantasy peserà istintivamente per quello che merita. Può darsi che l’autrice volesse riferirsi al romanzo, ma ‘genere’ e ‘romanzo’ sono due termini che una docente di letteratura dovrebbe quantomeno saper distinguere… Una delle poche cose interessanti e convincenti del saggio è il confronto fra Hermione Granger e Wendy Darling e l’osservazione secondo cui la privazione dell’amore materno rende incompiute le personalità di Peter Pan, di Capitan Uncino e dello stesso lord Voldemort e li diversifica da Harry. E’ infatti quando raffronta l’opera di James M. Barrie con quella della Rowling, così come del resto dovrebbe essere il focus programmatico del volume in questione, che la Canì fornisce del materiale su cui riflettere. Non sempre, si badi bene, poiché anche in questo caso alcune conclusioni lasciano perplessi (ad esempio quella su James Potter, oppure la lettura forzata di certi nomi di personaggi, in cui ella ravvisa ossessivamente richiami a Peter Pan che francamente non paiono affatto allusivi), quando non addirittura basiti (quando afferma che Harry associa alla figura materna un senso di prigionia e soffocamento forse a causa di Petunia). Tuttavia si intuisce che è qui che avrebbe dovuto giocare tutte le sue carte, anziché cercare di mescolare troppe cose disomogenee, finendo per scodellare un risottone confusionario, che in primo luogo non centra il titolo dell’opera, e in secondo luogo da cui nessun appassionato della saga di Harry Potter può trarre granché di nuovo o illuminante, se non qualche minuscolo spunto ‘a sprazzi’. Senza contare che il piatto è condito con un’abbondante dose di presunzione: l’autrice snocciola infatti le proprie sicurezze come se fossero verità innegabili, senza mai un dubbio, senza mai precisare che si tratta solo di ipotesi o interpretazioni personali, sdilinquendosi in una cantilena infinita di assolutisti refrain “non è un caso che” e giungendo addirittura ad alludere che un eventuale disaccordo da parte del lettore sia dovuto all’inesperienza di quest’ultimo nell’interpretare correttamente alcuni punti cruciali. Ecco un esempio testuale: “Le ultime verità sono infine le più sottili; esse restano nascoste fino alla fine, celate dietro una versione ufficiale più vicina alle aspettative dei lettori giovani. E” il caso, per es, della conquista bacchetta di sambuco da parte di Harry: il lettore che crede ancora al potere delle bacchette falliche capirà che Harry ha sconfitto Voldemort grazie alla bacchetta di Draco Malfoy, in quanto la bacchetta di sambuco riconosce il suo legittimo proprietario (le frasi che Harry scambierà alla fine col ritratto di silente , del resto, sembrano dargli ragione). Ma il lettore ha anche la possibilità di capire che tutto ciò non è vero, anche se Voldemort ci crede; in realtà egli viene sconfitto proprio perché ci crede. E lo stesso vale per il processo grazie al quale Harry si avvicinerà progressivamente alla madre: egli non ammetterà mai che all’inizio la madre era un estranea e il padre occupava tutta la scena; interpretati alla lettera, molti passaggi potrebbero far del resto pensare a una netta parità del suo amore per i due genitori. Se il lettore non se ne rende conto, significa che non è ancora pronto a cogliere quel messaggio, e l”autrice decide allora di propinargli una verità parziale più rassicurante, costruita su misura per lui, fino a quando essa non diventerà troppo piccola anche per lui ed egli, rileggendo il libro, riuscirà a vedere qualcos’altro” (pg 243).   Conclusioni: Alla fine il lettore ne esce disorientato, sia perché neppure l’autrice sembra aver ben presente i binari entro cui ha deciso di trattare l’argomento (che dovrebbe incentrarsi sul confronto Potter-Pan del quale invece la Canì accenna solo in apertura di libro per iniziare a occuparsene seriamente dopo le prime cento pagine di saggio e conducendolo, da lì in poi, a salti da canguro), sia perché la granitica sicurezza con cui esamina i romanzi della Rowling risulta, come già esplicitato, opinabile, autocontraddittoria, caotica e a volte persino dozzinale e scontata.