Molto risalto viene dato alle figure femminili nelle Fiabe di Beda il Bardo.

Anzitutto J.K. Rowling non esita a sottolineare orgogliosamente, per bocca di Silente, che le streghe non hanno mai professato di possedere la Bacchetta di Sambuco, (pg. 123 nota 9), implicando così che si siamo mai interessate a futili questioni di supremazia.

Inoltre, a pg. 12, la scrittrice ci spiega che, a differenza di quanto accede nelle fiabe babbane, nelle novelle magiche “le streghe sono molto più attive nel cercare la propria fortuna”.

Su cinque racconti, tre comprendono protagoniste femminili, per un totale di cinque personaggi. La Rowling esclude espressamente dalla sua visione moderna la principessa della terza fiaba, quella destinata alla non certo felice sorte di sposare lo stregone dal cuore peloso e finita per incontrarne una anche peggiore. In effetti la sfortunata ragazza è quella che ricorda più da vicino le nostre fiabe classiche, dove la sorte della principessa di turno è quasi sempre in balia di eventi esterni o di altri personaggi.

Gli altri quattro soggetti femminili si suddividono fra il racconto della Fontana della Buona sorte e in quello di Babbity Rabbity e il ceppo ghignante, dove incontriamo l’Animaga-coniglio che regala addirittura il titolo alla storia.

Asha, Altheida e Amata sono tre streghe che ignorano le proprie potenzialità e si mettono in un cammino che è assieme reale e simbolico ,per trovare all’esterno un rimedio ai loro mali. La Rowling, come sappiamo, non sceglie mai dei nomi a caso, e anche qui non fa eccezione: tutte e tre le donne racchiudono infatti il loro ‘destino’, o meglio le proprie suddette potenzialità, nei propri nomi.

L’etimologia di Asha, la strega gravemente malata, si rifà infatti a una radice in lingua Swahili che significa ‘vita’. Secondo altre fonti, è riconducibile anche a una radice araba, ma il significato è comunque prossimo a quello appena visto, poiché indica qualcuno che è ‘vivo e vitale’. Come sappiamo, questa strega recupererà infatti una salute perfetta proprio nel tragitto iniziatico all’interno il giardino incantato.

L’etimologia di Altheda è invece più controversa: secondo alcuni ha un significato che richiama i fiori, probabilmente ricavato dalla radice greca althaia che indica la malva selvatica, una pianta dalle note proprietà anti-infiammatorie e caratterizzata da belle corolle di un caratteristico fucsia tendente al viola.
Altri preferiscono ricondurlo alla radice greca di altheia, che significa verità, ma personalmente ritengo questa interpretazione errata e fuorviante.
Secondo me il nome va ricondotto piuttosto ad altheus – che in Greco significa medico, guaritore – proprio perché è l’accezione più vicina alla trasposizione fonetica inglese di questo nome e al ruolo che ricopre questo personaggio nella Fonte della Buona Sorte.
Non è escluso comunque che la Rowling abbia voluto giocare con entrambi il primo e il terzo possibile significato, dal momento che Altheda guarisce l’amica proprio grazie all’utilizzo di erbe.

Infine, l’etimologia latina di Amata è per noi Italiani così ovvia da non dover neppure essere investigata.

Di fronte alle difficoltà loro opposte dal giardino incantato e le conseguenti riflessioni cui esse sono spinte, tutte e tre le eroine riescono finalmente a prendere in mano la propria sorte, realizzando di non aver bisogno di alcun intervento piovuto dal cielo e soddisfacendo da sole i bisogni primari di qualsiasi essere umano: la salute, il mezzo di sostentamento e, last but not least, l’amore.

L’ultima protagonista femminile è Babbity Rabbity addirittura un’umile lavandaia che ottiene la salvezza contro le persecuzioni del suo popolo. Qui non è il nome – che fra l’altro riecheggia un traditional scozzese molto conosciuto dai bambini e di cui avremo modo di parlare – a darci indicazioni sulla sua personalità (la Rowling ha confessato al sito Leaky Cauldron che “Babbity Rabbity è il titolo più stupido mai scritto da un essere vivente” e che quando l’ha coniato non aveva idea che avrebbe poi dovuto scriverci sopra una storia, in quanto l’idea del libricino non le era ancora balenata), bensì il modo in cui ella affronta i suoi nemici, e cioè con intelligenza e coraggio, mettendo in scacco e in ridicolo sia il re borioso che lo pseudo-mago imbroglione.

E’ interessante notare che questi tratti ‘femministi’ di autorealizzazione sottolineati dalla Rowling, sono andati evidenziandosi nel corso dell’ultimo secolo anche nelle eroine di un altro famosissimo marchio sforna-favole, forse il marchio più influente nella nostra cultura del fiabesco (per lo meno quella cinematografica): avrete capito che sto parlando della Disney. A questo proposito, se volete approfondire un discorso analogo, vi lascio il link a un vecchio articolo che scrissi su FantasyMagazine dal titolo L’evoluzione delle eroine nei cartoni della Disney.