Al momento voglio  condividere alcune osservazioni sparse basate sulla primissima lettura, che indubbiamente faranno parte dell’ossatura di una recensione vera e propria ma che non sono altrettanto compiute.

Se non avete ancora terminato il libro, tornate a leggere questo post una volta che avrete finito, perché altrimenti potreste incappare in qualche piccolo spoiler…

La prima sensazione è quella di un libro costruito con molta intelligenza e humour, due tratti che del resto hanno sempre contraddistinto la Rowling. Tuttavia su questo aspetto mi diffonderò altrove, mentre adesso vorrei soffermarmi sui altri punti.

Anzitutto va detto che queste fiabe ci danno la spiegazione di alcune vicende a noi ben note nelle linee generali, ma non nei succosi dettagli. E si sa che, come da detto popolare, il diavolo sta proprio in quelli  Animoticon
Ad esempio, scopriamo chi era e perché morì Sir Nicholas, da dove arriva l’odio della famiglia Malfoy per il sangue impuro e perché Lucius non può soffrire Silente.
Il libro ci offre anche uno spaccato su alcuni insegnanti di Hogwarts che non abbiamo mai conosciuto e ci spiega come mai il teatro, una forma artistica elevata ad amata disciplina in molti Paesi di lingua anglosassone, sia misteriosamente assente dall’esperienza di Hogwarts.
Infine, ci rende edotti su particolari storici come ad esempio l’anno in cui le Maledizioni Senza Perdono vennero dichiarate illegali e ci chiarisce alcune sottili ma determinanti concetti di magia, come la differenza fra la trasfigurazione in un animale e la trasformazione in animale operata da un Animagus.

Si tratta di fiabe molto semplici ma molto somiglianti quelle popolari di cui abbiamo memoria dalla nostra infanzia e questo rivela un’abilità non da poco (provatevi a scrivere una fiaba compiuta, con tanto di morale sottesa, e toccherete subito con mano la difficoltà).
Nel confezionarle, la Rowling cade spesso involontaria preda di profondi retaggi culturali e psicanalitici babbani, che del resto fanno – volente o nolente – parte del suo bagaglio, come di quello di noi tutti: pensiamo al pentolone che risuscita i morti nella prima fiaba e che riecheggia quello mitologico del dio Bran nel Mabinogion; oppure al crimine dello Stregone dal cuore peloso, la fiaba horror della serie su cui Bruno Bettelheim individuerebbe al volo inconsci riferimenti alla ‘consumazione’; oppure ancora, in quella stessa fiaba, il riferimento al bestseller magico ‘Il cuore peloso: i maghi che non vogliono responsabilità’ che sembra riecheggiare la famosa sindrome (babbana) di Peter Pan descritta a partire dagli anni ’80 dallo psicologo Dan Kiley.

Sono rimasta perplessa di fronte ad alcune scelte linguistiche (che mi riservo di sciogliere o di indagare meglio una volta che avrò recuperato il volume in lingua). Ho trovato insolitamente aulico, ad esempio, il verbo “si azzimava” e ho trovato poco meditata la traduzione “amava caramente” riferito all’innamorato fuggiasco della Fonte della Buona Sorte e che senz’altro è stato reso da un’originale “loved dearly”; a pag.68, poi, c’è la frase “Voi parlate bene, stregone, e io sarei deliziata delle vostre attenzioni, se solo pensassi che voi abbiate un cuore!” che io avrei tradotto usando il congiuntivo imperfetto (“se solo pensassi che voi aveste un cuore”). Non che il congiuntivo presente sia grammaticalmente sbagliato, ma secondo il mio modestissimo parere di non-editor, suona piuttosto male.